Aggiornamento del 30.12.2020
Cosa deve fare il bravo avvocato familiarista?
Prima di tutto chiariamo che parlare di avvocato familiarista o di avvocato divorzista o, ancora, di avvocato matrimonialista è la stessa cosa. Quelli che ho citato sono termni equivalenti.
Io preferisco utilizzare la prima espressione perchè è quella che meglio include le tante sfaccettature delle crisi familiari. Queste, infatti, non riguardano soltanto la coppia di coniugi o di conviventi, ma anche e soprattutto i figli.
Fare l’avvocato familiarista significa in un certo senso occuparsi dell’intera famiglia in crisi. Ma attenzione. Non intendo dire che se a me si rivolge uno dei coniugi, io divento difensore anche dell’altro. E’ ovvio che ciascun coniuge ha il proprio avvocato di fiducia. Ma è doveroso agire tenendo in considerazione gli effetti che le proprie iniziative avranno sui rapporti familiari.
Oltre alla preparazione tecnico-giuridica, dunque, l’avvocato familiarista deve essere dotato di una buona dose di empatia, sensibilità e disponibilità all’ascolto.
Bisogna calarsi nei panni del proprio assistito, cogliendo le mille pieghe della situazione concreta.
E’ poi importante dare speranza e fiducia al proprio assistito sulla possibilità di ritrovare un equilibrio. Certo, occorre spiegare che il futuro equilibrio sarà diverso, poichè sarà basato su nuove regole per lo svolgimento dei rapporti tra i componenti della famiglia.
Altra caratteristica che si richiede all’avvocato familiarista è la capacità di cercare il giusto mezzo tra coinvolgimento emotivo e distacco. Un coinvolgimento eccessivo rischia, infatti, di trascinare il legale nella litigiosità tra le parti. E se accade questo, l’effetto possibile sarà quello di una minore efficacia della difesa.
L’avvocato matrimonialista, insomma, è un po’ avvocato, un po’ ‘psicologo’, un po’ confessore. Egli poi in non poche situazioni deve farsi mediatore.
D’altronde, diversamente che in altri settori del diritto, qui l’avvocato svolge una professione di aiuto.
Ecco, allora, un decalogo di regole che ho tratto dalla ormai trentennale (ahimè) esperienza sul campo. Sono convinta che queste regole debbano essere sempre rispettate nell’interesse del proprio cliente e dei suoi figli. Vediamole.
L’avvocato familiarista deve saper ascoltare
Ascoltare con empatia, cercando di comprendere bene la realtà familiare e le ragioni della crisi tra marito e moglie. L’ascolto non deve essere frettoloso. Ciò non vuol dire che l’avvocato deve ascoltare passivamente la storia che tante volte l’interessato è desideroso di raccontare. Questo vuol dire, piuttosto, che l’avvocato deve porre domande precise per capire ciò che ha bisogno di capire. Ma, egli deve poi ascoltare le risposte. E le risposte sono fatte anche di racconti di pezzi di vita delle persone.
Invitare alla riflessione sul da farsi
L’ascolto è importante perchè orienta il legale sul cosa consigliare.
Ma una cosa deve essere chiara e io lo ripeto spesso a chi si rivolge a me.
Guai se l’avvocato suggerisce alla persona di separarsi. Questa è una decisione del tutto personale e intima. Il periodo di riflessione sul se separarsi non deve essere eliminato o condizionato dal consiglio di un legale. Agire in questo modo sarebbe immorale e profondamente scorretto.
In realtà, capita spesso che le persone facciano domande proprio per raccogliere suggerimenti a questo scopo. Ecco, allora, che io chiarisco che non sono lì per aiutare a superare questo dilemma.
Può poi accadere che dall’ascolto non emerga la volontà o una volontà decisa di separarsi. Ciò può significare che ci sono chances di riconciliazione. E, allora, è dovere dell’avvocato invitare la persona a riflettere sull’opportunità di proporre al coniuge una mediazione familiare.
In altri termini, vi sono casi in cui non è ancora detta l’ ultima parola. E un buon percorso di mediazione familiare potrebbe aiutare la coppia a superare la crisi. Tutt’al più la mediazione potrebbe aiutare le persone a separarsi deponendo le armi.
Spiegare le regole del gioco
Se, al contrario, la persona è decisa e vuole separarsi senza tentennamenti o incertezze, la regola per l’avvocato è spiegare bene quali sono le “regole del gioco”.
Si tratta, in pratica, di aiutare il cliente a distinguere se affrontare una separazione consensuale o una separazione giudiziale. Si tratta, quindi, di condurre il cliente verso la scelta più opportuna nel suo caso concreto.
Orientare, possibilmente, alla separazione consensuale (quasi un obbligo per l’avvocato familiarista)
La separazione consensuale è quasi sempre possibile. Ciò vale anche per i casi che apparentemente sono i più litigiosi e difficili.
Solo che quando dico questo ai miei assistiti, mi sento spesso rispondere: “No, Lei avvocato non conosce mio marito. E’ lui che decide come impostare il gioco. E’ sempre stato così. No, mi creda, non ce la faremo”. Il fatto è che quasi sempre poi arriviamo a chiudere la trattativa con un accordo con il coniuge ‘despota’.
Certamente, non ha senso insistere sulla trattativa nei casi in cui vi sono difficoltà tali da rendere urgente un provvedimento del giudice a tutela dei figli o del coniuge. Anzi, l’avvocato deve subito prendere il toro per le corna e passare all’iniziativa giudiziale!
Non accondiscendere a richieste strumentali del proprio assistito
Occorre chiarire sempre in partenza che non si è disponibili a portare avanti iniziative strumentali. L’avvocato divorzista deve rifiutare categoricamente di sostenere iniziative come denunce, querele, ricorsi che hanno il solo obiettivo di danneggiare l’altra parte. Un esempio per tutti: le false denunce di maltrattamenti o di abuso sessuale.
Considerare con attenzione tutti i risvolti della situazione concreta
Ogni caso ha caratteristiche sue proprie ed inconfondibili. Ogni caso va, pertanto, considerato nella sua unicità.
Ci sono tratti comuni, elementi di somiglianza tra una fattispecie e l’altra. Questo, tuttavia, non fa venir meno l’originalità propria di ogni crisi familiare. Per dirla con Tolstoj: “tutte le famiglie felici sono uguali, quelle infelici lo sono a modo loro”
Chiarire bene, quando ci sono figli minori, che l’affidamento condiviso è la regola.
Rifuggire in ogni modo le vecchie logiche dell’affidamento esclusivo. Del resto, basta considerare che una domanda di affidamento esclusivo dei figli in mancanza di serie ragioni che la giustificano potrebbe costare caro al proprio assistito.
Evitare di trasferire i propri vissuti di genitore sul caso che si affronta come avvocato
Farlo potrebbe far perdere imparzialità ed obiettività.
Credere nell’utilità di trattative pro separazione consensuale con la partecipazione attiva delle parti
L’esperienza insegna che questo è un metodo vincente e spesso risolutivo. L’avvocato perderà un po’ di tempo in più, forse, ma ne vale la pena.
A separazione conclusa, proporre al proprio assistito momenti futuri di verifica sul ‘come vanno le cose’
Non è detto che l’interessato lo ritenga utile. Tuttavia, egli potrebbe sentirsi incoraggiato da una presenza discreta e rassicurante.

