Non è l’infedeltà in sè, come ben sappiamo, così come non è la scelta di separarsi (seppur non accettata e, dunque, subita) a poter giustificare l’attivazione del presidio risarcitorio.
A venire in gioco, in un contesto di tale genere, sono – in effetti – le imponderabili vie dell’amore, i trascinamenti irrefrenabili della passione, o (per chi ci crede) gli inattesi giochi del destino; comunque sia, le scelte di vita della persona: degne di rispetto, comunque, anche a costo del sacrificio dell’antico e placido (troppo sicuro) amore. Scelte di vita e di realizza-zione personale del tutto legittime, e certamente non enumerabili nel catalogo degli illeciti aquiliani.
Ma, ben diverso è il quadro allorché il coinvolgimento fedifrago in un nuovo rapporto sentimentale diviene l’occasione per esprimere la parte malevola di sè, umiliando l’altro, devastandone la dignità e l’autostima, o – peggio ancora – reagendo con la violenza alla scoperta della propria infedeltà.
Ricordate la sentenza del giudice veneziano Simone di un anno fa?
A venire in considerazione è stata – in quel caso – una violenza fisica, un’aggressione violenta e vile, che il sollecito giudice ha stigmatizzato, accordando alla sventurata moglie il risarcimento del danno morale ed esistenziale.
Eppure, l’esito non è sempre così scontato, specie laddove la violenza si consumi in forme più larvate, non manifeste, e come tali prive di un possibile riscontro; laddove cioè la violenza sia psicologica, e si traduca poi di fatto nell’impedire all’altro coniuge la scelta di porre fine a quella (per sé) ingiusta sofferenza.
Situazioni ancora attuali, non c’è che dire, come attestano certi documentari televisivi, talune interviste pubblicate sui giornali, o come talvolta gridano le associazioni a difesa contro la violenza familiare; eppure prive di riscontri probatori e, di conseguenza, del crisma della plausibilità in sede giudiziaria.
Proponiamo, allora, un brano tratto dal romanzo di questa scrittrice polacca, che ha saputo documentare magistralmente le tortuose vie del male che accompagna l’infedeltà, un male sadico, il male che fa l’amore cattivo.
Al suo ritorno, li trovò, come sempre, seduti in silenzio uno di fronte all’altra. Erano veramente ingenui pensando che questo potesse bastare. Tutta la finzione di cui erano capaci consisteva nel non dire la verità, nel non gridare a gran voce il loro amore. Il resto superava le loro forze. Agnese cercava in fretta le parole necessarie. E improvvisamente provò una forte rabbia al pensiero che proprio a lei toccasse a simulare, a escogitare infingimenti per dimostrare che on c’era nulla di speciale, che nessuno indovinava nulla, nessuno era geloso.
Era lei che doveva sostenere uno sforzo morale per la loro pace. Improvvisamente decise di dirlo a loro proprio quel giorno. Cioè, non si decise, ma capì che questo doveva accadere. Per un momento tacquero tutti e tre. Entrò anche la cameriera e nel silenzio risuonò il tintinnio dei cucchiaini contro le tazze. Questo silenzio si protrasse per un certo tempo dando luogo all’illusione che nulla era avvenuto, che nessuno soffriva.
Così Agnese preparava il suo colpo. Una vendetta? Oh, no! Era un atto necessario, un’altra fatica che ella si as-sumeva. “Giacchè siamo qui tutti e tre, voglio dire qualche cosa che ri-guarda, appunto, noi tre e solo noi tre”. La voce di Agnese ruppe il silenzio, calma, pacata. Ella non titubava parlando. Da tempo conosceva a memoria le parole che stava per pronunciare. Nel pesante martellare del suo cuore non trapelava un’ombra d’inquietudine, ma soltanto il senso di una solenne importanza.
Nessuno di loro due si mosse, nessuno sguardo la fissò mentre ella parlava. “Non è colpa di nessuno e non è il caso che ci risparmiamo a vicenda. Così avviene nella vita: un amore finisce e un altro comincia”.
Era la più giovane e parlava come un saggio. “Non ho nulla da dire, così è successo. Così è…Voglio soltanto assicurare voi, signora Renata, e te, Paolo, che da parte mia non vi opporrò difficoltà. Se volete il divorzio, io firmo subito tutto ciò che occorre. Perché penso che il presente stato di cose p ugualmente penoso, per me e per voi”. Ciò detto, stette un momento pensando se era tutto quel che doveva dire, o se avesse dimenticato qualche cosa; se non doveva accennare a Camillo, nel senso che avrebbe fatto tutto perché non ne venisse danno a lui. Ma di nuovo fu trattenuta da un certo senso di vergogna. Vi fu un momento di silenzio. “Sapete che io non l’avrei mai fatto!” esclamò improvvisamente Renata. E sollevò la testa facendo vedere i suoi occhi pieni di lacrime. Ma non ne cadde neppure uno. Le sue gote, tutto il suo viso era di porpora. “Perché non dovreste farlo?” osservò Agnese, sotto voce, come ragionan-do tra sé. La sua intenzione non era cattiva. Derivava dal semplice desiderio di porre fine a questo stato di cose; voleva che loro stessi l’aiutassero a farla finita, affinché non dovesse portar tutto il peso lei sola. Non poteva dire che desiderava la loro felicità. Certo che no, ma non desiderava nemmeno esser loro d’impaccio. La risposta di Renata, il suo rossore, la sua voce flebile e le sue inutili parole eccitarono in Agnese il risentimento che scaturiva all’odio.
Si ricordò ad un tratto delle dicerie sul passato di Renata, sulle relazioni di Renata con Sluczanski, quando ancora era viva la sua prima moglie. Non era, quindi, una novità per lei, non era affatto una cosa impossibile. Poteva dirlo in qualche modo ma non lo disse. Teneva presente che una qualsiasi pa-rola di tal genere si sarebbe rivolta agli occhi di Paolo contro lei stessa. “Per me è certo ed evidente che occorre farlo. So tutto e non mi faccio illu-sioni, non m’inganno affatto …” Ogni sua parola esprimeva arrendevolezza e sacrificio, bontà e prodezza; ma chi mai l’avrebbe apprezzato e capito? Paolo, pallido per il dispiacere e la rabbia, la interruppe con uno scatto d’ira. “Smettila! Non dire altro!” urlò. “E’ una cosa inaudita! E’ una spudoratezza!”. Agnese, che aveva sempre tremato di fronte alla sua rabbia, ora non la te-meva. Lo fissò in faccia, e una volta di più notò la sua crudele bellezza. Così lo vedeva soltanto in presenza di Renata, guardandolo con gli occhi di Renata. E non lo temeva soltanto perché ella era presente.
