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| 05/03/2010 “T.M. E SERVIZI SOCIALI: UN ABBRACCIO MORTALE”
Capisco che il titolo che ho scelto per queste mie riflessioni possa apparire esagerato e funesto, ma non ho trovato di meglio. L'idea di questo connubio istituzionale/(dis)funzionale, dagli esiti non di rado deleteri per gli sventurati cittadini coinvolti in un procedimento minorile, non mi evoca immagini migliori. Mi trovo pressochè quotidianamente alle prese con le aule dei tribunali per i minorenni, e ho dunque pensato di fermare sulla carta le mie impressioni, i miei pensieri. Cercherò di farlo osservando il canone della massima obiettività possibile, per non cadere nella polemica sterile o nel facile qualunquismo. Il mio scopo è quello di far sapere, di portare all'esterno, a chi mi legge, considerazioni che immagino saranno anche di molti altri (operatori del diritto e comuni cittadini) ma che, purtroppo, finiscono per rimanere - quasi sempre - al riparo da sguardi indiscreti ed indagatori, in una sorta di limbo comunemente accettato, limbo costellato da numerosissime disfunzioni, oggetto di estesa quanto misteriosa assoluzione. Dato che le cose che vorrei dire, di volta in volta, riguardano profili e problematiche differenti, ho deciso di procedere in modo del tutto estemporaneo, riferendo ciò che vedo, volta per volta, udienza per udienza.
Comincio, così, con il parlarvi di un'audizione che - sulla carta, almeno - riveste indubbia rilevanza per decidere le sorti di un bambino allontanato dai genitori, collocato in ambiente etero-familiare, e riguardo al quale pende giudizio volto alla verifica dello stato di abbandono. Mi riferisco all' audizione dei parenti, contemplata dall' art. 12 della legge sull'adozione, ovverossia l'audizione - da parte del giudice - di parenti entro il quarto grado che abbiano mantenuto con il minore rapporti significativi. Bene, quest'oggi ero chiamata ad assistere i nonni paterni di cinque bambini (collocati in istituto) in un'audizione del genere suddetto. Non mi soffermo sulle ragioni dell'allontanamento, essendo irrilevanti per ciò che mi appresto a segnalare. Questi due signori sono persone modeste, intendo dire culturalmente, pensionati, ex artigiano lui, casalinga lei; la loro casa è di quelle popolari, concessa loro in locazione a canone agevolato dall'istituto per le case popolari; è un appartamento di appena sessanta metri quadri. La loro preoccupazione è questa, allora: sono certo disponibili ad ospitare i loro nipotini, ma cinque in casa non ci stanno, c'è spazio tutt'al più per tre. Nel colloquio preparatorio cerco di spiegare loro che il giudice vorrà probabilmente parlare di altri aspetti, non tanto, o, perlomeno, non solo di questo.
Il giudice è un giudice onorario, ovverossia un giudice non togato, e non titolare di quel fascicolo, ma semplicemente incaricato dal giudice titolare ai fini dell'audizione. Inutile dire che la conoscenza della posizione, in capo a quel giudice, potrà essere soltanto superficiale, e tale perché costruita sulla carta, in un contesto totalmente avulso dai vissuti delle persone. Arriva il momento dell'ascolto, di quella fase che dovrebbe consistere nell'ascolto. La domanda preliminare verte sul momento e sulle modalità con cui loro, i nonni, hanno avuto conoscenza dei motivi dell'allontanamento dei nipotini dalla famiglia. La nonna spiega, a suo modo si intende, con i propri mezzi espressivi - modesti se vogliamo, ma ne appare subito evidente la buona fede - che il loro figlio (il papà dei bambini) glielo ha detto, un po' di tempo fa, mentre nulla i servizi sociali avevano spiegato loro. E che, anzi, alle domande esplicite che essi avevano rivolto agli operatori per rendersi conto delle ragioni di quanto stava accadendo, gli operatori non avevano risposto nulla, limitandosi a fare domande. Per il giudice - questo il responso - l'audizione può già dirsi chiusa, non potendosi entrare nel merito, dato che - osserva - questi nonni neppure si rendono conto di ciò che è alla base di tutta la vicenda. Mi rivolgo direttamente ai due nonni, che guardano il giudice con aria tra lo sbalordito e il supplichevole, ricercandone un segno di comprensione, quella comprensione che riferiscono di non avere avuto dai servizi, ma che continuano a non trovare. Riformulo, allora, io la domanda del giudice, con parole diverse, forse più semplici; ma non fanno altro che confermare, in totale buona fede, che i servizi non li hanno informati. Osservo, allora, volgendomi al giudice, come in fondo sia verosimile che ciò possa essere avvenuto, e che perciò si potrebbe approfondire ulteriormente cercando di capire se questi nonni siano in grado, ciò nonostante, di accogliere i nipotini. Il giudice acconsente, chiedendo loro se si sentono pronti ad accogliere i bambini. La nonna risponde che senz'altro è disponibile e che avendo tre lettini già in casa, tre dei bambini potrebbero accoglierli anche subito, per un quarto dovrebbero organizzarsi. Una risposta del tutto legittima, anzi logica direi, per delle persone semplici. Ma, la risposta fa trasalire il giudice, che sbotta: "Cari signori, prima di pensare ai letti, dovremmo preoccuparci della salute di questi bambini, di come stanno, del loro disagio. E' come se ho la carie in un dente; dovrò preoccuparmene, non far finta che non esista". Loro si arrendono, non sanno più che dire; la nonna, portavoce anche per il marito settantanduenne, annuisce, non sapendo neppure lei cosa più dire. L'audizione si conclude, poiché già da tempo il giudice ha concluso per l'inutilità di quell'incontro. E in tale valutazione preconcettuale è stato indotto, evidentemente, dai contenuti della relazione inviata dai servizi.
Ecco allora: l'operato dei servizi sociali è esente da ogni forma di vigilanza e controllo, i colloqui di verifica si svolgono senza alcuna garanzia di contraddittorio, ciò che viene riportato nelle relazioni informative non può essere oggetto di censura, e anche se lo è, nessun giudice minorile presta fede alle contestazioni sollevate. Neppure l'ascolto diretto delle parti interessate vale a sollevare il minimo dubbio nel giudicante circa l'attendibilità dell'operato pubblico. Una sorta di bolla papale, in definitiva, inattaccabile. Colta, infine, da un ben comprensibile moto di ribellione, questa signora si rivolge al giudice, prima di uscire dalla porta: "La prossima volta che verrò ascoltata dai servizi sociali, chiederò che ci sia un mio avvocato oppure i carabinieri". Risposta del giudice: "Bene, se è questa la fiducia che ha nelle istituzioni". "Di questo potremmo parlare a lungo - replico io - delle disfunzioni del sistema". Silenzio dall'altra parte. (Rita Rossi) | |
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